Piero Scandura

Stanze:di Renato Carozzi

Una operazione a dir poco raffinata, pone in scena lo spazio vuoto di certi interni, dove l'arredo ridotto a pochissimo, può mostrare al massimo una sedia o una poltrona o un divano. Ma la solitudine di questa mobilia così essenziale, rinvia a modelli che risalgono inequivocabilmente allo stile di certi prototipi famosi ricorrenti nel periodo lontano del Bauhaus, o ad altre forme di design degli anni Sessanta o Settanta. E questa scelta non può essere casuale. Quel senso di sintesi, pulizia e razionalità che si riscontra nella forma degli arredi di quel tempo è con ogni probabilità voluto per accentuare il modo essenziale con cui si vuole rappresentare quello spazio. E proprio le linee pulite di questa mobilia, anche se variamente stilizzata, sono decisive per poter restare nel senso di alterità che, pensiamo, debba abitare queste scene. Ed anche un sentimento voluto, che potremmo definire di eleganza, sembra aleggiare dappertutto nonostante i forti accenti espressivi. Così come la gestualità che vediamo nei segni stessi della pittura, sembra voler mantenersi in modi altrettanto eleganti e rinviare alla capacità, rapidità e scioltezza con cui immaginiamo si debba muovere la matita di un esperto architetto o disegnatore di interni. Ma, le pareti di queste stanze, confinano o trapassano o si confondono con scene di una vegetazione assurda o di altri elementi divisori che possono, a loro volta, aprirsi su paesaggi improbabili, ma, al tempo stesso, perfettamente plausibili in quel contesto. Altre volte, tutto si riduce alla messa a fuoco ristretta sul particolare di una sedia, dove sembra di avvertire il bisogno di sostare sulla traccia della sua ombra sul pavimento, come se vi fosse l'obbligo invincibile di restringersi su questo spazio incongruo e fermarsi su di esso. Altre volte ancora, con un incredibile rumore, un pavimento rosso sottostà o addirittura avvolge ogni cosa. Oppure un senso di fuga ci trascina da altre parti o ci scarica contro qualcosa che assomiglia alla vertigine claustrofobica di un'altra stanza o al senso fantasmatico di un'uscita verso misteriosi territori o, forse, paludi. Certamente, in questi dipinti vi è una sensazione di solitudine che rinvia a qualcosa di metafisico, al punto che la presenza umana può venir tranquillamente sostituita da una sedia o da un sofà. Vale a dire che l'elegante e solitaria mobilia che vediamo, finisca per essere qualcosa di parlante, e, per assurdo, che una vita entri ed esca da questi ambienti dove nulla e tutto può accadere e dove noi stessi potremmo silenziosamente stare seduti, tuttavia inquieti, in quel luogo dove si entra, si esce e si sparisce.


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