Laura Lapini

Visione informale e coerenza cromatica nella pittura di Laura Lapini -
di Giovanni Bovecchi

Le opere pittoriche informali di Laura Lapini ricordano quelle austere atmosfere di certa matrice americana e che risentendo dell'automatismo di una Peggy Guggeneheim o di un Pollock (Terra) non meno che dell'esigenza di creare spazi di colore spirituale, alla Rothko, ritornano in qualche modo, a parlarci degli spazi delle città, in quel tipico concatenarsi di pieni e di vuoti, di luci e di ombre, di colori lievitati dalle nebbie in architetture informali che costituiscono l'elemento per così dire geometrico e mondriano di tutta quanta la produzione dell'artista. Alla base di ogni sua pittura è il paesaggio, ovviamente lacerato dalla dimensione di un pensiero che ne alimenta la solitudine ove accanto a qualche raro dipinto in cui si evidenziano gli elementi storico-costituitivi delle città (Notre-Dame, La Tour Eiffel, ect…) si riscontra, insistente, l'esigenza di una rappresentazione del sub-urbio, di una dis-locazione dello spazio centrale al di fuori della rigorosa mappatura topografica ed urbanistica, quasi a significare in modo metaforico una necessità di fuga, di libertà.
Essi sono spazi inquieti, industriali in cui le forme regolari delle costruzioni si addossano in pennellate di colore e materia dal sapore aranciato accanto ad autunnali marroni che invitano alla meditazione.
Col tempo si riscontra una rarefazione segnica e l'espressione pittorica diviene più essenziale, le masse di colore sembrano sciogliere quelli che prima erano rigidi contorni di segmentazione dello spazio alla ricerca di un equilibrio formale, alcune luci si accendono e si fa via via preminente l'idea di un colore-materia sempre più monocromo, anche se, pur di piccolo formato, appaiono coloratissime tele in cui si palesa l'idea di un paesaggio frammentato da rosa e rossi caramello, da verdi acido, da marroni cioccolato. Il frantumarsi della linea prosegue comunque inesorabile fino a protrarsi in tracciati ideogrammici od estese macchie scure incise e logore.
L'automatismo conduce perciò l'autrice ad una sorta di sperimentazione del colore e della risposta di esso sulle superfici pittoriche al fine di bilanciare con la forma espressiva una probabile realtà interiore di indefinita scala emotiva; cosicché l'action painting, l'atto/azione/pulsione, che si trasmette in modo istintuale nelle inaspettate campiture quadricromiche, definisce questa possibile relazione inconscia, spirituale, surreale.
Questa progressiva rinuncia alla forma implica per la Lapini un "mode of execution" che fa perdere alla realtà i suoi oggettivi contorni univoci ottenendo così un paradigma informale di rinuncia all'oggetto a favore dell'impressione interiore, di un irresistibile impulso all'astrazione presente all'inizio di ogni arte che ricerca ciò che è originario ed elementare e afferma la libertà di articolare soggettivamente l'appropriazione della realtà.
Un mondo visivo che – osserva Teodosio Martucci – appare referenziale dei suoi sentimenti personali,
dei suoi stati d'animo: una pittura "di memoria" che sa trasformare il dato percettivo in forme di sintesi con coerenza e sensibile temperamento d'artista.
Per l'autrice è fondamentale dunque padroneggiare lo spazio della tela con stesure, velature e matericismi che creano una sorta di indipendenza dalle variabili reali (la vita, il tempo, la quotidianità) ritornando ad una specie di limbo magmatico e informe da cui tutto possa rinascere. Ma in questa speranza nascosta sembra echeggiare il senso di Worringer secondo cui l'impulso all'astrazione è conseguenza di una grande inquietudine interiore.

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